L’aumento dello spread può influire sui mutui a tasso variabile?

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Lo spread, termine sconosciuto fino a quasi un decennio fa è diventato, negli ultimi anni, familiare a moltissimi italiani.

Per chi ancora fa fatica a capirne il significato, spread significa “divario” e si calcola sulla differenza di rendimento tra i titoli di stato italiani (BTP) a dieci anni e gli equivalenti titoli pubblici tedeschi (BUND). Se il sistema economico di un paese è solido, le obbligazioni emesse per coprire il debito pubblico e il deficit diventano meno rischiose e quindi danno a chi li acquista rendimenti bassi e allo stato minori interessi da pagare. In termini semplicistici, lo spread tra BUND e BTP indica quanto sia alto il livello di rischio che deriva dal prestare denaro all’Italia rispetto alla Germania.

Chiarito questo concetto, l’attuale livello dello spread (il quale ha superato quota 300), ed influenzato indubbiamente dalla manovra economica del Governo gialloverde, potrebbe influenzare i mutui. In che modo?

Se il tasso degli interessi dovesse aumentare, i cittadini italiani avrebbero più difficoltà ad accedere al credito; ma sono soprattutto le aziende che potrebbero uscirne con le ossa rotte. Il mercato si contrarrebbe, con conseguenze negative a livello economico. Medesima cosa accadrebbe con i prestiti per i cittadini e i mutui a tasso variabile.

Mentre il tasso fisso resterebbe al di fuori di questo contesto, quello variabile andrebbe ad influire sul costo di raccolta del denaro delle banche e sulla gestione della tesoreria, portando gli istituti a dover per forza di cose aumentare il loro spread applicato sui mutui.

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